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La pumpkin pie ovvero la torta di zucca

Qual’è la prima cosa che vi viene in mente se pensate ad Halloween?

pumpkins

zucche di halloween

 

 

 

 

 

 

 

Esattamente, perciò quale ricetta migliore se non quella extra classica della torta di zucca? Le sue origini sono americane e per chi non la avesse mai provata garantisco che è davvero gustosa, un must da avere durante questa festa!

M vediamo insieme gli ingredienti:

Ingredienti per uno stampo da 22cm:
  •  150 gr di farina 00
  •  1 uovo
  •  50 gr di zucchero
  •  50 gr di burro
  •  1 cucchiaino di buccia di arancia grattugiata
  •  1 pizzico di lievito
Ingredienti per il ripieno
  •  3 uova
  •  110 gr di zucchero
  •  120 gr di panna da montare
  •  400 gr di polpa di zucca
  •  1 cucchiaino di cannella
  •  1/2 cucchiaino di zenzero
  •  1 pizzico di sale

Procedimento:

  1. Pulite la zucca eliminando i semi, i filamenti e la buccia, prendete la polpa (che dovrà pesare 400 gr), tagliatela a pezzi e cuocetela a vapore per 15 minuti o in alternativa in forno per 20 minuti.
  2. Versate in una ciotola la farina, fate un buco al centro e aggiungere l’uovo, il burro tagliato a pezzetti, lo zucchero, il lievito e la buccia di arancia grattugiata
  3. Impastare velocemente tutti gli ingredienti fino a ottenere una panetto morbido e compatto che avvolgerete in una pellicola trasparente e metterete a riposare in frigo per mezzora.
  4. Stendere la pasta frolla su una spianatoia Con l’aiuto di un matterello, sollevarla e foderare una teglia imburrata e infarinata.
  5. Tagliate lungo tutti i bordi la pasta in eccesso e bucherellare la superficie della frolla con i rebbi di una forchetta.
  6. Rimettere la base in frigorifero e nel frattempo preparate il ripieno
    In una ciotola mettete le uova, lo zucchero, una presa di sale, lo zenzero grattugiato e la cannella in polvere
  7. Mescolate e aggiungere la panna.
  8. Unire ora la polpa di zucca ridotta a purè
  9. Mescolate fino ad ottenere una crema omogenea
  10. Versare ora il composto sulla base e infornare la torta di zucca a 200° per i primi 10 minuti e poi continuate la cottura a 170° per i successivi 40 minuti.
  11. Una volta pronta, lasciar riposare la pumpkin pie fino a che non si raffredda.
  12. E per finire, tagliare a fette e servitela con panna montata.

    Pumpkin Pie Slice

Il leone, la lepre e la iena

C’era una volta un leone di nome Simba che viveva in una caverna. In gioventù la solitudine non lo aveva preoccupato, ma non molto tempo prima dell’inizio di questa storia, si era fatto una così brutta ferita alla zampa che non era più in grado di procurarsi il cibo da solo. Finalmente cominciò a capire che la compagnia aveva i suoi vantaggi. Le cose gli sarebbero andate davvero male, se a Sunguru la Lepre non fosse capitato di passare, un giorno, dalla sua caverna. Guardando dentro, Sunguru capì che il leone stava morendo di fame. Subito cominciò a darsi da fare per l’amico malato e a dargli conforto. Grazie alle cure premurose della lepre, Simba riguadagnò poco a poco le forze, finché finalmente non stette abbastanza bene da catturare qualche preda per entrambi. Ben presto una bella pila di ossi cominciò ad accumularsi davanti all’ingresso della caverna del leone. Un giorno, Nyangau la Iena, mentre fiutava qua e là nella speranza di procacciarsi qualcosa per la cena, sentì un invitante profumo di midollo. Il fiuto la condusse alla caverna di Simba, ma poiché all’interno gli ossi erano bene in vista, essa non poté rubarli indisturbata. Essendo una codarda, come tutta la sua specie, decise che l’unico modo per impossessarsi di quei bocconcini prelibati, era quello di fare amicizia con Simba. E così si avvicinò lentamente all’ingresso della caverna e tossì.

<< Chi è che rovina la serata con questo orrendo gracchiare? >> chiese imperioso il leone, levandosi in piedi e preparandosi ad indagare su quel rumore.

 

Il Leone, la lepre e la iena

il leone con la lepre e la iena

<< Sono io, la tua amica Nyangau – balbettò la iena, perdendo un po’ di quel coraggio che aveva -Sono venuta a dirti quanto sei mancato a tutti noi animali, e come non vediamo l’ora che tu ti rimetta in salute! >>.

<< Bene, sparisci – ringhiò il leone -, perché a me pare che un’amica avrebbe dovuto informarsi della mia salute ben prima, invece di aspettare il momento in cui potrei tornarle nuovamente utile. Sparisci, ho detto! >>. La iena strisciò via rapidamente, la coda scarmigliata infilata tra le gambe storte, seguita dai risolini insolenti della lepre. Ma non riusciva a dimenticare la pila di ossi invitanti davanti all’entrata della caverna del leone.

<< Ci riproverò >>, decise la iena coriacea. Qualche giorno dopo fece ben attenzione a fare la sua visitina mentre la lepre si era allontanata in cerca di acqua per cuocere la cena. Trovò il leone che sonnecchiava davanti all’ingresso della caverna.

<< Amico mio – sorrise leziosa Nyangau -, ho ragione di credere che la tua ferita alla zampa faccia scarsi progressi a causa del trattamento sleale che stai ricevendo dalla tua cosiddetta amica Sunguru >>.

<< Cosa vuoi dire? – grugnì scostante il leone -. Devo ringraziare Sunguru se non sono morto di fame durante la fase peggiore della mia malattia, mentre tu e i tuoi compagni avete brillato per assenza! >>.

<< Comunque sia, quel che ti ho detto è vero – confidò la iena -. E’ risaputo da tutti qui in giro che Sunguru sta facendo alla tua ferita la cura sbagliata per impedirti di guarire. Difatti quando tu starai bene, lei perderà il suo posto di padrona di casa – una vita comoda per lei, non c’è che dire! Lascia che io ti dica, amico mio, che Sunguru non sta affatto agendo nel tuo interesse! >>.

In quel momento la lepre tornò dal fiume, con la zucca piena d’acqua.

<< Ma bene – disse rivolgendosi alla iena mentre poggiava per terra il suo carico, non mi aspettavo di vederti qui dopo la tua partenza frettolosa e ingloriosa dell’altro giorno. Dimmi un po’, cosa vuoi questa volta? >>.

Simba si rivolse alla lepre.

<< Ho ascoltato da Nyangau delle storie sul tuo conto – disse -. Dice che sei rinomata da queste parti per la tua abilità e la tua astuzia di dottore. Dice anche che le medicine che tu prescrivi sono imbattibili. Ma insiste nel dire che avresti potuto far guarire la mia ferita alla gamba già da un bel pezzo, se fosse stato nel tuo interesse. E’ vero? >>.

Sunguru riflettè un attimo. Sapeva di dover affrontare la situazione con cautela, poiché aveva il forte sospetto che Nyangau stesse cercando di imbrogliarla.

<< Beh – rispose esitante -, sì e no. Sai, io non sono che un piccolo animale e talvolta le medicine che mi servono sono molto grandi, e io non sono in grado i procurarmele – cosa che per esempio avviene nel tuo caso, buon Simba >>.

<< Cosa vuoi dire? >>, farfugliò il leone, mettendosi seduto e mostrandosi a un tratto interessato.

<< E’ semplice – replicò la lepre – quello che mi ci vorrebbe per farti guarire definitivamente è un pezzo della pelle del dorso di una iena adulta da mettere sulla tua ferita >>.

Sentito questo, il leone saltò addosso a Nyamgau prima ancora che la creatura frastornata avesse il tempo di scappare. Strappò una striscia di pelle dal dorso della povera idiota, dalla testa fino alla coda, e se la sbattè dritta sulla ferita alla zampa. Mentre la pelle si staccava dalla schiena della iena, i peli rimasti si stirarono e si drizzarono. Ancora oggi Nyangau e tutta la sua specie hanno dei peli lunghi e grossi dritti sulla criniera dei loro corpi sventurati.

Dopo questo episodio, la fama di Sunguru come dottore si sparse ovunque, poiché la ferita alla zampa di Simba guarì senza ulteriori problemi. Ma ciò avvenne molte settimane prima che la iena avesse il coraggio di farsi rivedere in pubblico.

 

Fonte: http://maldafrica.net/

L’omone di Chatillon che costruiva carillon

Buonasera gente! questo è il primo post di questo 2016 :) l’augurio (un pò tardo in effetti) è che questo nuovo anno sia migliore del precedente, ma siamo fiduciosi che il nostro desiderio verrà esaudito. E voi? tutto bene?

Iniziamo questo mese con una bella fiaba breve sui magici carillon. Ne avete uno che preferite sin da bambini? come è fatto? ditecelo nei commenti!

a presto!

 

Tratto da “PAESI CHE VAI,  FILASTROCCHE CHE TROVI”

A pochi chilometri di sci da Aosta, in Valle d’Aosta appunto, c’è Chatillon,
un piccolo paese dove viveva un omone grande e grosso che costruiva Carillon.

Lontano parente di un signore di Ginevra, orologiaio con tanta pazienza,
che creava già queste magie per dare ai bimbi una speranza.

carillon

carillon

La giostra con cavalli e pupazzi colorati è la più ricercata
nel mondo di ogni fantasia, ed ecco che l’omone iniziava la sua arte,
a dire il vero molti ancora oggi dicono che quando lavorava se ne stesse un po’ in disparte.

Il Carillon suona ancora, la ballerina balla ancora, cuce ancora il sarto.
Quei personaggi ancora si muovono in un mondo dove tutto tace,
e l’omone lo sapeva, il signore di Chatillon. Egli nella fantasia cercava un po’ di pace.

Il Canto di natale – Scrooge e la fine della storia

Sì! e quella colonna di letto era la sua. Suo il letto, sua la camera. Meglio ancora, meglio d’ogni cosa, era suo il tempo che aveva davanti, suo, per emendarsi!

– Vivrò nel Passato, nel Presente e nel Futuro! – ripetè Scrooge, sgusciando fuori del letto. – I tre Spiriti mi parleranno dentro. O Giacobbe Marley! Benedetto sia il cielo e il giorno di Natale! Lo dico in ginocchio, mio vecchio Giacobbe; in ginocchio! –

Era così acceso, così affollato dalle sue buone intenzioni, che la voce rotta non rispondeva al pensiero. Nel suo conflitto con lo Spirito, avea singhiozzato violentemente e tutta la faccia avea bagnata di pianto.

– Non son mica strappate, esclamò Scrooge, abbracciando una delle cortine del letto, – non son mica strappate con tutti gli anelli. Eccole qui; eccomi qui: le ombre delle cose avvenire possono essere scongiurate. E così saranno. Lo so, eh altro se lo so! –

Si azzuffava intanto co’ vestiti, gli arrovesciava, se gl’infilava sottosopra, li lacerava, li perdeva, li confondeva in ogni sorta di stravaganza.

– Non so che fare adesso; – esclamò ridendo e piangendo insieme, e avvolgendosi nelle calze come un Laocoonte. – Mi sento leggiero come una piuma, felice come un angelo, allegro come uno scolare. Sono balordo come un ubriaco. Un allegro Natale a tutti! un allegro capo d’anno al mondo intiero! Olà! eh! olà! –

Era entrato saltellando nel salotto e se ne stava lì, ritto, ansante.

– Ecco qua la casseruola con la farina d’orzo! – esclamò riscuotendosi e girando davanti al caminetto. – Questa è la porta di dove è entrato lo spirito di Giacobbe Marley! Qui si è messo a sedere lo Spirito del Natale presente! Da questa finestra ho visto gli Spiriti vaganti! Tutto è a posto, tutto è vero, tutto è accaduto. Ah, ah, ah! –

Davvero per un uomo che da tanti anni era fuori esercizio, questa era una splendida risata, una risata co’ fiocchi: il ceppo di tutta una lunga famiglia di franche risate!

– A quanti ne siamo del mese? – disse Scrooge. – Quanto tempo sono stato tra gli Spiriti? Non lo so. Non so niente. Sono come un bambino. Non preme. Non me n’importa. Così lo fossi, bambino! Olà! eh! olà! –

Fu arrestato nelle sue effusioni dalle campane che mandavano all’aria i più lieti squilli che avesse mai uditi. Bom, bam, din, don, dan! Dan, don, din, bom, bam! Oh, che armonia, oh, che gloria!

Corse alla finestra, l’aprì, mise fuori il capo. Niente nebbia: un’aria limpida, cristallina, gioconda; un freddino salubre, pungente; un sole d’oro; un cielo di zaffiro; freschetto, non freddo; e quelle campane, così allegre, così allegre! Oh, bello, magnifico!

– Che è oggi? – gridò Scrooge ad un ragazzetto che passava con indosso gli abiti della festa e che forse s’era fermato per guardarlo.

– Eh? – fece il ragazzo spalancando la bocca dalla maraviglia.

– Che è oggi, bambino mio? – ripetè Scrooge.

– Oggi! – rispose il ragazzo. – È Natale, oggi.

– È Natale! – disse Scrooge a sé stesso. – Bravo, sono in tempo. Gli Spiriti hanno fatto ogni cosa in una notte. Possono fare quel che vogliono. Si sa. È naturale. Ohe, bambino!

– Ohe! – fece il ragazzo.

– Sai dov’è il pollaiolo, nella via appresso, alla cantonata?

– Sfido io! l’avrei da sapere, – rispose il ragazzo.

– Che ragazzo di talento! – esclamò Scrooge. – Un ragazzo non comune, perbacco! Sai se ha già venduto quel tacchinaccio che teneva ieri in mostra sospeso pel collo? non quello piccolo, no; il tacchino grosso.

– Quale? quello grosso come me? – domandò il ragazzo.

– Oh, che amore di un ragazzo – esclamò Scrooge. – È un piacere a discorrerci. Sì, proprio quello, piccino mio.

– È sempre appeso com’era.

– Sì? davvero? Ebbene, corri subito a comprarlo.

– Fossi grullo! – ribatté il ragazzo.

– No, no, – disse Scrooge, – parlo sul serio. Corri a comprarlo, e dì che lo voglio, che gli darò io l’indirizzo dove l’hanno da portare. Torna con l’uomo tu, che ti darò uno scellino. Torna in meno di cinque minuti, che ti darò mezza corona! –

Il ragazzo partì come una freccia. Ci volea una mano ben gagliarda per scoccare una freccia a quel modo.

– Lo manderò a Bob Cratchit! – borbottò Scrooge, fregandosi le mani e scoppiando dal ridere. – Non ha da sapere chi glielo manda. È due volte Tiny Tim. Uno scherzo magnifico, oh, magnifico! –

Tiny Tim e Scrooge

tiny tim e scrooge

Non era ferma la mano nello scrivere l’indirizzo, ma bene o male lo scrisse, e andò giù ad aprir la porta, e per esser pronto all’arrivo del tacchino. Stando così ad aspettare, fu tratto dal guardare il picchiotto.

– Gli vorrò bene finché avrò vita! – disse carezzandolo. – Non ci avevo guardato mai. Che espressione simpatica e onesta! che bel picchiotto davvero!… Ecco il tacchino. Olà! ehi! Come state? Buon Natale! –

Era un tacchino davvero! Non si potea reggere in gambe, un uccellaccio come quello lì; le avrebbe spezzate in un minuto come bastoncelli di ceralacca.

– Perdinci! è impossibile portare cotesta roba fino a Camden Town, – disse Scrooge. – Dovete prendere una carrozzella. –

Il riso con cui disse questo, e il riso con cui pagò il tacchino, e il riso con cui pagò la carrozzella, e il riso con cui diè la mancia al ragazzo, furono soltanto sorpassati dal riso che lo prese tutto mentre si lasciava andare senza fiato sul suo seggiolone, e rise, e rise fino a che scoppiò a piangere.

Non era agevole il radersi, perché la mano gli tremava sempre; e il radersi richiede un po’ di attenzione, anche quando non ballate, facendovi la barba. Ma se pure si fosse mozzato la punta del naso, vi avrebbe appiccicato un pezzo di taffettà e sarebbe stato contento come una pasqua.

Si vestì, col meglio che aveva, e uscì per la via. La gente si riversava fuori, com’egli l’avea vista con lo Spirito del Natale presente. Camminando con le mani dietro, Scrooge guardava a tutti con un sorriso di soddisfazione. Era così allegro, così irresistibile nella sua allegria, che tre o quattro capi ameni lo salutarono: “Buon giorno, signore! Buon Natale!” E Scrooge affermò spesso in seguito che di tutti i suoni giocondi uditi in vita sua, i più giocondi, senz’altro, erano stati quelli. Continue Reading →

Il Canto di natale – quarta strofa: Scrooge e l’ultimo spirito

Lento, grave, silenzioso, s’accostò il fantasma. Scrooge, in vederselo davanti, cadde in ginocchio, perché in verità questo degli Spiriti era circonfuso di ombra e di mistero.

Un nero paludamento lo avvolgeva tutto, nascondendogli il capo, la faccia, ogni forma: solo una mano distesa sporgeva. Senza di ciò, sarebbe stato difficile discernere la cupa figura dalla notte, separarla dalle tenebre che la stringevano.

Sentì Scrooge che lo Spirito era alto e forte, sentì che la misteriosa presenza gl’incuteva un terrore solenne. Non sapeva altro, perché lo Spirito era muto e immobile.

– Sono io in presenza dello Spirito di Natale futuro? – chiese Scrooge.

Non rispose lo Spirito, e solo accennò con la mano.

– Tu mi mostrerai le ombre delle cose non accadute, ma che accadranno nel tempo che ci aspetta, – proseguì Scrooge. – Dico bene, Spirito? –

La parte superiore del paludamento si aggruppò un momento nelle sue pieghe, come se lo Spirito avesse inclinato il capo. Fu questa l’unica sua risposta.

Benché oramai assuefatto a cotesta compagnia dell’altro mondo, Scrooge avea tanta paura di quell’ombra taciturna da non reggersi in gambe quando si trattò di seguirla. Lo Spirito, quasi accorto di quel tremore, sostò un momento per dargli tempo di riaversi.

Ma il rimedio fu peggio del male. Scrooge fu preso da un brivido di vago terrore, pensando che di dietro al fosco paludamento due occhi spettrali intentamente lo fissavano, mentre egli, per quanto aguzzasse i propri, non poteva altro vedere che una scarna mano sporgente da un gran viluppo di nerume.

– Spirito del futuro! – egli esclamò, – io ho più paura di te che di ogni altro Spirito veduto innanzi. Ma, poiché so che l’intenzione tua è di farmi del bene, e poiché spero di mutar vita, se Dio mi dà vita, eccomi disposto a tenerti compagnia e con animo grato, anche. Non vorrai tu essermi cortese di una parola? –

Nessuna risposta. La mano accennava diritto in avanti.

Spirito del natale futuro

scrooge e lo spirito del futuro

– Ebbene, guidami! – disse Scrooge. – Guidami! La notte declina, e il tempo è per me prezioso, lo sento. Guidami, Spirito! –

Il Fantasma si mosse lento e grave com’era venuto. Scrooge lo seguì come avvolto nell’ombra del paludamento e in quella si sentì portato via.

Non si può dire che entrassero in città; parve invece che questa balzasse fuori di botto e li circondasse. Vi si trovavano dentro, proprio nel cuore; alla borsa, fra i negozianti. E questi andavano su e giù frettolosi, e faceano tintinnare i denari in tasca, e discorrevano a capannelli, e cavavano fuori gli orologi, e si gingillavano in atto pensoso e co’ grossi sigilli d’oro della catena. Così tante volte gli aveva visti Scrooge.

Lo Spirito si arrestò presso un gruppo di uomini d’affari. Osservando la mano che gli additava, Scrooge si avanzò per udire i loro discorsi.

– No – diceva un omaccione grasso con tanto di pappagorgia – non ne so gran cosa. Questo so che è morto.

– Quand’è ch’è morto? – domandò un altro.

– Iersera, credo.

– O di che? – chiese un terzo, pescando largamente in un’ampia tabacchiera. – Mi pareva a me che non dovesse morir mai.

– Dio lo sa, – sbadigliò il primo.

– Che ne ha fatto dei suoi danari? – domandò un signore dal viso rubicondo con una escrescenza pendula in punta del naso, la quale tremolava come i bargigli d’un tacchino.

– Non ne ho inteso dir niente, – rispose l’uomo dalla pappagorgia in un secondo sbadiglio. – L’avrà lasciati alla sua Ditta. A me, no di certo. Questo è quanto so. –

Una risata generale accolse questa facezia. Continue Reading →

Il canto di Natale – strofa terza: Scrooge e il secondo dei tre spiriti

Destato nel pieno di un russo prodigiosamente fragoroso e sorgendo a sedere nel mezzo del letto per raccogliere i suoi pensieri, Scrooge non ebbe bisogno di sentirsi dire che il tocco stava per suonare da capo. Sentiva di esser tornato in sé al momento preciso per abboccarsi col secondo messo mandatogli per mezzo di Giacobbe Marley. Se non che, per un molesto ribrezzo che lo pigliò pensando a quale delle cortine il novello Spirito si sarebbe affacciato, le aprì tutte con le proprie mani; poi, rimettendosi a giacere, stette tutto vigile a guardare intorno. Voleva subito affrontar lo Spirito e non già spiritar dalla sorpresa.

Le persone franche, le quali si vantano di non conoscere che un paio di emozioncelle e di star sempre salde ad ogni sorpresa, esprimono la vasta misura del loro coraggio impassibile dicendosi buone così per una partita a birilli come per sbudellare un uomo in duello. Tra i due estremi ci deve essere però un campo piuttosto vasto e variato. Senza osare di mettere Scrooge a quell’altezza, vorrei nondimeno farvi credere ch’egli era pronto a molte e strane apparizioni e che nulla, dalla vista di un bambino a quella di un rinoceronte, gli avrebbe recato un grande stupore.

Ora, l’essere preparato a tutto non volea mica dire ch’ei fosse preparato a niente; e per conseguenza, quando il tocco squillò e nessun’ombra apparve, ei fu preso da un violento tremore. Cinque minuti passarono, dieci, quindici, e niente veniva. Egli intanto, sempre giacente sul letto, si vedeva fatto centro di una gran luce rossastra, piovutagli sopra nel punto stesso in cui l’ora era battuta; la quale luce, non essendo altro che luce, era più spaventevole di una dozzina di spiriti, non potendo egli indovinare che cosa volesse dire e che ne uscirebbe. A momenti, lo pigliava il timore di essere egli stesso un caso interessante di combustione spontanea, senza aver neppure la consolazione di saperlo. Alla fine, però, incominciò a pensare – come voi ed io avremmo pensato subito, perché le persone estranee al caso sanno sempre egregiamente quel che si dovea fare nel tal caso e lo avrebbero fatto senz’altro – alla fine, dico, incominciò a pensare che l’arcana sorgente di cotesta luce spiritica potesse essere nella camera contigua; dalla quale infatti, seguendone i raggi, la si vedea scaturire. Preso da quest’idea, si alzò pianamente e se n’andò strascicando in pantoffole verso la porta.

Nel punto stesso che metteva la mano sul saliscendi una strana voce lo chiamò per nome e gl’impose di venire avanti. Scrooge obbedì.

Era la sua camera, proprio quella, ma trasformata mirabilmente. Pendevano dal soffitto e dalle pareti tante frasche verdeggianti, da formare un vero boschetto, di mezzo al quale le bacche lucenti mandavano raggi di fuoco vivo. Le frondi grinzose delle querce, dell’edera, dell’agrifoglio rimandavano la luce, come specchietti tremolanti; e una vampa così poderosa rumoreggiava su per la gola del camino, che quel gelido focolare non avea mai visto la simile a tempo di Scrooge e di Marley o per molti e molti inverni passati. Ammontati per terra, quasi a formare una specie di trono, vedevansi tacchini, forme di cacio, caccia, polli, gran tocchi di carne rifredda, porcellini di latte, lunghe ghirlande di salsicce, focacce e pasticcini, barili di ostriche, castagne bruciate, mele rubiconde, arance succose, pere melate, ciambelle immani, tazzoni di ponce bollente, che annebbiavano la camera col loro delizioso vapore. Adagiavasi su cotesto giaciglio un allegro Gigante, magnifico all’aspetto, il quale brandiva con la destra una torcia fiammante, quasi a foggia di un corno di Abbondanza, e l’alzava, l’alzava, per gettarne la luce sulla persona di Scrooge nel punto che questi spingeva dentro il capo dalla porta socchiusa.

– Entra! – gridò lo Spirito. – Entra! e impara a conoscermi, uomo! –

Scrooge entrò timidamente e piegò il capo davanti allo Spirito. Non era più l’arcigno Scrooge di prima; e benché gli occhi di quello fossero limpidi e buoni, non gli piaceva troppo di incontrarli.

– Io sono lo spirito di questo Natale – disse lo Spirito. – Guardami! –

Scrooge reverente obbedì. Portava lo Spirito una semplice veste verde-cupo, o tunica che fosse, orlata di pelo bianco, la quale con tanta scioltezza gli pendeva indosso, che l’ampio torace sporgeva nudo come sdegnoso di celarsi o difendersi in alcun modo. Anche i piedi, disotto alle ampie pieghe della veste, vedevansi nudi; e sul capo, nessun altro cappello che una ghirlanda d’agrifoglio aggraziata da ghiacciuoli scintillanti. Lunghi e fluenti i riccioli della chioma nera; liberi, come il viso era aperto e geniale, lucido l’occhio, aperta la mano, gioconda la voce, franchi gli atti, ridente l’aspetto. Legata alla cintura portava un’antica guaina, senza lama dentro e tutta mangiata dalla ruggine.

– Un altro come me, – esclamò lo Spirito, – tu non l’hai visto mai!

– Mai, – rispose Scrooge.

– Non sei andato attorno co’ più giovani della mia famiglia; voglio dire (perché io sono giovanissimo) i miei fratelli maggiori nati in questi ultimi anni?

– Non mi pare, – disse Scrooge. – temo di no. Avete avuto molti fratelli, Spirito?

– Più di milleottocento, – rispose lo Spirito.

– Una famiglia tremenda a mantenere! – borbottò Scrooge.

Lo Spirito si alzò.

scrooge e il secondo spirito

Scrooge e il secondo dei tre spiriti

– Spirito, – pregò Scrooge in atto sommesso, – menatemi dove vi piace. Stanotte scorsa sono andato fuori per forza ed ho imparato una lezione che già mi va lavorando dentro. Questa notte qui, se m’avete da insegnar qualche cosa, fate che io ne profitti.

– Tocca la mia veste! –

Scrooge non se lo fece dire due volte e vi si tenne saldo.

Agrifoglio, querce, bacche rosse, edera, tacchini, cacio, polli, caccia, tocchi di carne, porcellini, salsicce, ostriche, focacce, pasticci, frutta, ponce, tutto sparì all’istante. E così pure la camera, e il fuoco, e la vampa rosseggiante, e l’ora della notte. Ed eccoli tutti e due, la mattina di Natale, per le vie della città, dove la gente faceva una certa musica barbaresca, ma non affatto spiacente, raschiando la neve davanti alle case o di sopra ai tetti, donde, fra le gioconde acclamazioni dei ragazzi, piovevano le bianche falde e turbinavano nell’aria burrasche artificiali.

Nere parevano le case, più nere le finestre, tra il bianco e morbido lenzuolo di neve steso sui tetti e la neve, un po’ meno pulita, che copriva il suolo. Questa era stata dissodata ed arata in solchi profondi dalle ruote dei carri e delle carrozze; e cotesti solchi, all’incrociarsi delle vie principali, s’intersecavano cento e cento volte, facendo intricati canali nella mota giallognola e nell’acqua diacciata. Il cielo era fosco, e le vie più anguste erano affogate da una densa nebbia che cadeva in nevischio e in pioggia di atomi fuligginosi, come se tutti i camini della Gran Bretagna avessero preso fuoco di comune accordo e allegramente divampassero. In verità né il tempo era molto allegro né la città, e nondimeno una certa allegrezza spandevasi intorno che il più limpido cielo e il più splendido sole d’estate non avrebbero potuto dare.

Perché la gente che spazzava i tetti era piena di brio e di contentezza; si chiamavano da una casa all’altra, si scambiavano di tanto in tanto una pallottola di neve – proiettile più innocuo di parecchi frizzi – ridendo cordialmente se coglievano giusto e non meno cordialmente se sbagliavano la mira. Le botteghe dei pollaioli erano ancora mezzo aperte, quelle dei fruttivendoli raggiavano gloriose. Qua, dei grossi panieri di castagne, rotondi, panciuti, simili agli ampi panciotti di vecchi corcontenti, tentennavano fuori della porta, pronti a rovesciarsi nella via della loro apoplettica corpulenza. Là, delle cipolle di Spagna, rossastre, gonfie, lucenti nella loro carnosità come frati di Spagna, occhieggiavano furbescamente dall’alto delle scansie alle ragazze che passavano guardando di sottecchi ai rami sospesi di visco. E poi, pere e mele, ammontate in piramidi fiorenti; mazzi di grappoli che la benevolenza del venditore avea sospesi bene in vista, perché la gente si sentisse l’acquolina in bocca e si rinfrescasse gratis et amore; montagne di nocciuole, muscose e brune, che ricordavano con la loro fragranza antiche passeggiate nei boschi dove s’affondava fino alla noce del piede nelle foglie secche; biffins di Norfolk, paffuti e nericci, che rialzavano il giallo degli aranci e dei limoni, e nella compattezza delle succose persone urgevano e pregavano per essere portati a casa bene avvolti nella carta e mangiati dopo desinare. Gli stessi pesci d’oro e d’argento, esposti in tanti boccali fra tanta ricchezza di frutta, benché appartenessero ad una razza malinconica e fredda, si accorgevano in certo modo che qualche cosa d’insolito accadeva, e tutti, grossi e piccini, giravano e rigiravano aprendo la bocca pel loro piccolo mondo in una lenta e tranquilla agitazione. Continue Reading →